
I Greci identificavano il dio della morte con Thanatos, figlio della notte e fratello del sonno, solitamente rappresentato come un giovane alato. Presso gli antichi infatti le immagini di questa sinistra divinità non erano necessariamente lugubri: a volte essa era una figura con la falce, a volte un uomo con la pelle scura, o una vecchia alata, più raramente uno scheletro o un animale, come il cavallo e il cane. L’atteggiamento di Greci e Latini di fronte al fato si può riassumere nel motto “carpe diem”: in taluni casi lo scheletro era associato a scene che ricordavano il piacere sensuale e la gioia, invitando al godimento della vita prima che fosse troppo tardi: Petronio Arbitro racconta nel suo Satyricon, che al festino di Trimalcione fu presentato ai commensali un burattino in forma di scheletro d’argento che, contorcendosi, doveva farli divertire e invitarli a vivere più intensamente gli istanti effimeri del piacere.

Nell’arte europea della fine del medio evo era invece assai vivo il senso terribile della distruzione del corpo fisico. Sul piano iconografico si sviluppò in tre soggetti principali: l’Incontro dei tre vivi e dei tre morti, la Danza macabra, il Trionfo della Morte. Il primo narrava di tre giovani principi che, tornando dalla caccia col falcone, si imbatterono in tre cadaveri, ognuno in un diverso stato di decomposizione. Rizzandosi nelle loro bare, i defunti lanciarono ai viventi un terribile monito: “eravamo come voi siete, sarete quelli che siamo”. Il tema, già diffuso nella letteratura francese del XIII secolo, è la trasposizione cristiana di un argomento caro al buddhismo. Il giovane principe Siddharta infatti, incontrò un giorno un vecchio, un malato, un eremita e un cadavere; la visione della miseria umana lo portò alla determinazione di abbandonare il mondo e di diventare un illuminato, il Buddha. L’Incontro dei tre vivi e dei tre morti fu sviluppato in immagini per la prima volta in Italia; tra queste la più celebre si trova nel “Trionfo della morte” splendido affresco di attribuzione controversa, conservato nel Camposanto monumentale di Pisa. Spesso queste immagini di corpi in disfacimento erano accompagnate da sinistre scritte che ammonivano il passante: “come possiamo non pensare che il nostro corpo sarà divorato dai cani?”; o ancora: “tu ben presto sarai come noi, un cadavere fetido, pasto dei vermi”.
Verso l’inizio del XV secolo si diffuse il tema della Danza macabra, anch’esso di derivazione orientale, precisamente tibetana. Faceva parte, in origine, di lugubri spettacoli teatrali tenuti in occasione di cerimonie buddhiste in cui gli attori avevano maschere a forma di cranio e abiti decorati di ossa. L’immagine della Danza macabra attecchì in special modo nell’Europa del nord (in Germania era detta Totentanz) e più raramente nel nord Italia. Il ballo accomunava in uno sbatter d’ossa scheletri e viventi, ricchi e poveri, laici e prelati, dame e cavalieri, papi e imperatori. L’idea era satirica, quasi una forma di sberleffo dipinto: la morte infatti beneficava gli umili e gli straccioni che avevano sofferto in vita e condannava senza pietà chi aveva rincorso la fama e il potere, accaparrando voracemente ricchezze e onori. Il tema della Danza macabra era destinato a decorare i chiostri, che erano usati anche come luogo di sepoltura; il dipinto più antico di cui si abbia memoria, ora distrutto, si trovava nel cimitero degli Innocenti a Parigi (1424).
In Italia questo soggetto si tramutò in quello del Trionfo della morte, una variante meno ironica e più solenne, derivata dai Trionfi del Petrarca. Forse l’esempio più arcaico si trova affrescato nel Sacro Speco di Subiaco (metà del XIV secolo); il tema della morte vincitrice era a volte accompagnata da versi come la ballata che della Danza macabra affrescata sulla chiesa di San Vigilio a Pinzolo da Simone Baschenis, nel 1539:” Io sont la morte che porto corona/sonte signora de ognia persona/et cossi sono fiera forte et dura/che trapaso le porte et ultra le mura”. Altri splendidi dipinti posteriori sono quelli di palazzo Sclafani, ora alla Galleria Nazionale di Palermo (metà del XV secolo) e più tardi, di Lorenzo Costa in San Giacomo Maggiore a Bologna (1489).
L'interpretazione divinatoria di questa carta si deve agli esoterici, che lungi dall'averne fatta una lama di malaugurio, la collegarono piuttosto con il simbolo della falce e della mietitura; operazione di recisione indispensabile per preparare un nuovo ciclo. Il senso profondo dell'Arcano può collegarsi con le cerimonie misteriche di iniziazione in cui l'adepto doveva sottoporsi a prove, a volte assai crudeli, che simboleggiavano la morte della sua vecchia identità e la nascita di una nuova personalità.